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Sono stata eletta Presidente dell’Unione Comunale del PD Orvieto nel novembre 2010. Dalla sera del 14 gennaio non lo sono più. Il Congresso straordinario ha eletto una nuova assemblea, un nuovo segretario e una nuova Presidente nella persona della professoressa Etilia Stella alla quale vanno i miei sinceri ed affettuosi auguri.

Tenere memorie di una ex. I due anni che ho vissuto il PD Orvieto dal di dentro sono stati bellissimi e terribili. La sede del circolo di Sferracavallo dove si tengono le riunioni del coordinamento comunale, è un luogo spoglio e freddo che si anima, però, all’arrivo dei “compagni” e degli “amici”, spesso riunitisi in strategici gruppetti di “appartenenza” persino nella scelta del posto da sedere. Quante volte mi sono arrabbiata! Quante volte ho perso la pazienza! Quante volte mi è capitato di dover tacitare chi, preso dalla foga  assembleare, ha voluto passare “la sua” con puro stile prevaricatore. Quante volte, invece, ho potuto apprezzare chi, con toni cauti, ha cercato di mettere ordine nel gran calderone di opinioni contrapposte. E quante volte sono stata io stessa causa di fiammate incontrollabili, in quelle lunghe serate, sempre al freddo, sempre fin oltre la mezzanotte. E’ la democrazia, bellezza.

Causa la risicatissima maggioranza di Leonardo Mariani, eletto segretario al congresso nel novembre 2010 con poco più del 50 per cento dei voti, le sedute dell’Assemblea comunale non sono mai state una passeggiata, né, purtroppo, un luogo di ponderata discussione politica, ma piuttosto il luogo dove continuare, con altri mezzi, la guerra apertasi nella primavera 2009 in occasione delle elezioni amministrative. Dopo un inizio promettente (segretario giovane, quattro donne giovani nella segreteria), ben presto i nodi sono venuti al pettine: non eravamo affatto un partito “unito”, ed è così che ci siamo ritrovati in “Granada, paese di mille toreri”. Conseguenze: stallo totale delle attività e iniziative del partito; perdita d’immagine del partito; riflesso negativo sul gruppo consiliare; immobilismo sul territorio con conseguente languire dei circoli. Con lo sbocco inevitabile delle dimissioni del segretario dopo la sfiducia in assemblea, e la preparazione di un congresso straordinario. Quello celebrato lunedì 14 gennaio, non senza proteste da una parte del partito che denuncia irregolarità nel percorso adottato.

Sono convinta che la causa di tanta “Granada” sia stata, anche, l’aver voluto a tutti i costi presentarsi, nel 2010, con un unico documento, “unitario”, e con un unico candidato segretario. (La candidatura di Mario Tiberi è arrivata fuori tempo, a congresso già iniziato). Le minoranze, penso io, quando dissentono, devono avere il coraggio di farsi “pesare”, e contribuire alla vita del partito con le proprie idee ed iniziative. E’ la democrazia, bellezza. Quella più bella: la propositiva. Questa volta le minoranze si sono fatte “pesare”: erano ben tre le mozioni presentate alle assemblee dei circoli; e tre, i candidati segretari. Trovo positivo che non ci sia fermati sulla linea del “pensiero unico”.  

Il nuovo governo del PD Orvieto e il nuovo segretario Andrea Scopetti hanno dalla loro una solida maggioranza (quasi il 70 per cento dei voti espressi). Dovrebbero, quindi, essere in grado di far uscire il partito dalla situazione di stallo dei veti incrociati. Devono, però, fare una seria riflessione del perché ha partecipato ai congressi dei circoli meno del 50 per cento degli iscritti. Come dialogare con loro? Come re-includerli nella vita del partito? Un partito rimane pur sempre un partito: non è un movimento né un’associazione culturale né un comitato scientifico. Nel caso del Partito democratico, la prima forza politica strutturata a livello nazionale, meno che mai. La mancata motivazione di tanti orvietani iscritti PD non è un buon auspicio.

La nuova segreteria ora presentata potrà avere l’effetto di uno tsunami benefico, perché costituita da esponenti proprio di quella “società civile” di cui i partiti, tutti, amano parlare, ma solo tanto per.

Se lo tsunami saprà seppellire i vecchi toreri – e padrini -, anche quelli all’interno della nuova maggioranza, lo vedremo presto. E vedremo anche la tenuta del partito, la sua effettiva rappresentatività nel territorio, tra le onde dello tsunami e sul bagnasciuga che lascerà. Pur di non ritrovarci, ancora una volta, nella sala fredda di Sferracavallo a prenderci le misure l’uno dell’altro.

      

In questi giorni il vento, proveniente dalla Finlandia come dicono i meteorologi, ha portato un po’ di pioggia e di refrigerio. Ha portato anche i giudizi freddi della Finlandia nei confronti dei Paesi europei in crisi. Cercate di mettervi nei loro panni: alle notizie dell’allegro andazzo per esempio della Regione siciliana (e le notizie arrivano), il pescatore/ingegnere/insegnante finlandese si domanda: ma perché dovrei mettere i miei soldi in una cassa comune con loro? Io che, cittadino di un Paese piccolo e povero, sono riuscito a sopravvivere alla cura “lacrime e sangue” imposta al mio Paese inizio anni ’90, e che da quella cura, senza alcun aiuto europeo, sono uscito più forte, con l’economia oggi valutata col rating di AAA?  

Dicevo gli insegnanti. Perché il “vento della Finlandia” soffia dalle radici della società, e cioè da quello che il Paese offre ai suoi giovani. Alle nuove generazioni. Alla base c’è l’istruzione. Pubblica e gratuita per tutti.

Di seguito trasmetto il mio articolo uscito sul periodico “Il Caffè” di Lugano. Penso possa offrire degli spunti interessanti non solo agli svizzeri ma anche agli italiani – e agli orvietani esperti della scuola.

Ti amo ma non ti sposo.

Perché l’elogiata scuola finlandese non trova imitatori?

Perché il sistema scolastico finlandese non è una “tecnica”.

E’ la visione di una società.

Cominciate col destinare il 6,2% del Pil all’istruzione (media Ocse, 5,3%; in Italia, nel 2008, il 4,8%), e rendete la scuola totalmente gratuita (libri, mensa e trasporto scolastico compresi); continuate col togliere di mezzo gli orientamenti politici dei Ministri di turno, e l’influenza delle lobby di pressione (in Italia per es. il Vaticano). Andate avanti passando le leve di governance agli enti locali, e aggiungete, poi, una buona dose di professionalità e di meritocrazia. Ecco la ricetta finlandese. Nulla di straordinario. Però, difficilmente esportabile, così pare.

Mentre continua il via vai di professionisti della scuola (di tutto il mondo) in Finlandia, per studiare in loco quel sistema che continua a piazzare gli scolari finlandesi ai primi posti nelle classifiche internazionali (i rapporti PISA, Programme for International Students Assessment), ben pochi sono i Paesi che abbiano copiato il tanto elogiato sistema. Anzi, c’è chi comincia a dubitarne: “è tutto oro quel che luccica?” ci si domanda nei giornali italiani.

Dal canto loro, i finlandesi possono esibire le loro statistiche: nella scuola di base” (peruskoulu), di 9 anni, divisa in due cicli e obbligatoria a tutti (dai 7 ai 16 anni), il costo medio di un alunno per la società (il costo viene ripartito tra enti locali e lo Stato) è di 7.300 euro all’anno, e non si scosta molto dalla media UE; le bocciature sono rare (anche perché un tutor segue gli alunni in difficoltà). Si sta meno a scuola rispetto alla media europea, i compiti a casa sono pochi. La diversità nei risultati tra le scuole dei centri urbani e delle periferie sono minime. La maggior parte degli alunni continua al liceo o nelle scuole professionali. Si accede all’Università mediante duri esami e un rigido sistema di numero chiuso. Il sistema complessivo ha fatto sì che, oggi, il 38 % dei giovani finlandesi possiede un titolo universitario (contro la media UE del 33,6%, in Italia, il 20%). E’ un bel passo verso “la società della conoscenza”.

La riforma scolastica è stata prima sperimentata, nel 1972, nelle regioni più povere (il Nord e la Lapponia), ma arrivò a regime solo nel 1985. Fu, quindi, un processo molto lungo, che ha tenuto conto anche delle resistenze della società e del vecchio corpo insegnante. Una volta condiviso (nel frattempo sono cambiati molti governi, dai socialdemocratici ai centristi ai conservatori, senza che la riforma fosse stata messa in discussione), il sistema continua ad essere aggiornato. L’ultima novità di pochi giorni fa è la delibera del governo (28.06) con la quale aumenteranno le ore dedicate all’arte, alle attività manuali, alle scienze sociali, allo sport. Saranno rafforzati i programmi di insegnamento delle lingue, diminuite, invece, le ore dedicate all’insegnamento della religione; saranno aumentate le ore di espressione teatrale quale metodo pedagogico nell’insegnamento della letteratura e delle scienze sociali. La fisica, la chimica, la biologia, la geografia saranno integrate nei programmi sull’ambiente. E da quest’autunno, vincendo la plurisecolare diffidenza nei confronti dell’ingombrante vicino, inizieranno, nelle scuole della Finlandia orientale, le lezioni di lingua russa. Novità resa interessante per i sempre maggiori scambi commerciali tra la Finlandia e la nuova Russia. Ecco come la scuola sta al passo coi tempi che cambiano.

Ma perché l’amato e rispettato sistema non viene “sposato” altrove? Qual è il suo segreto recondito?

Forse è una questione di fiducia. Alle amministrazioni locali viene affidata l’elaborazione del sistema educativo territoriale (dal governo, dal Ministero arrivano soltanto le linee di massima) così come la scelta del corpo docente; sono gli stessi insegnanti (usciti dall’alta scuola di specializzazione della durata di cinque anni) ad elaborare i propri programmi d’insegnamento; le famiglie partecipano con numerose attività extra-scolastiche; gli alunni imparano a vivere in un contesto di equità sociale (la scuola di base è uguale per tutti), ma caratterizzato da un alto tasso di competitività personale. Ognuno deve fidarsi dell’altro. Dell’amministrazione pubblica come della professionalità dei docenti, come del sostegno delle famiglie.

Finora la fiducia ha portato buoni frutti: la “peruskoulu”, certamente non esente da critiche nella stessa Finlandia, rimane la scelta di tutti: gli istituti privati, anch’essi finanziati col denaro pubblico, rappresentano solo il due per cento delle scuole in Finlandia.

E per concludere: il “patto di fiducia” significa l’assenza di favoritismi, di clientele, di nepotismi, di corruzione. L’assenza, per dirla schietto: del “familismo amorale” e della soffocante ingerenza politica, peccati cruciali della società italiana che paghiamo e pagheremo caro. Temo proprio che non basterà un “vento della Finlandia” a spazzare via il sistema italiano, incancrenito, che oggi come oggi mortifica le giovani generazioni.     

 

 

 

              

 

       

 

 

 

      

     

 

 

 

  

      

Quando, nell’agosto 1968, furono lanciati decine di palloncini dal giardino dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, a mo’ di saluto dei “matti” al mondo di fuori, fu anche un momento di liberazione. In quel mese di agosto il manicomio di Gorizia fu aperto: da luogo di detenzione forzato divenne un luogo di cura, con ampio spazio all’autodeterminazione degli stessi pazienti.
Da reietti di cui aver paura, cominciarono a riconquistare la propria dignità umana. I propri diritti, e il rispetto alla propria persona.
Era l’inizio della “rivoluzione” di Franco Basaglia. Molti anni e molte esperienze dopo, l’antipsichiatria che Basaglia aveva teorizzato e messo in pratica, avrebbe portato alla legge 180, quella che abolisce il manicomio quale luogo di detenzione forzata dei malati di mente.
Correva l’anno 1968, e tra i molti movimenti antiautoritari , quello legato al pensiero di Basaglia fu certamente uno dei più influenti. Anche a livello internazionale.
Perché seppe posare uno sguardo puro su una realtà fino ad allora immonda: di costrizione e di anti-libertà.
E’ capitato che io fossi a Gorizia proprio in quei giorni. Ho potuto quindi testimoniare quella purezza delle vittime nel mio documentario “La favola del serpente”. Testimonianza presentata in numerose conferenze dedicate a Basaglia, in visione ad Orvieto lunedì 23 aprile ore 18, Sala Barrique, Cantina Cardeto, Sferracavallo.

E’ di questi giorni la notizia di Fahra Younos, donna pakistana che si è gettata dalla finestra della sua residenza a Roma. Perché non ce la faceva più. Era arrivata a Roma una decina di anni fa, per sottoporsi ad una lunga scia di operazioni di chirurgia plastica. Nella speranza di ritrovare un volto, dopo che quello suo, bellissimo, era stato cancellato dall’acido cosparso dal marito che non permetteva che la sua proprietà, Fahra appunto, dopo anni di maltrattamenti, potesse separarsi da lui.

Io l’ho conosciuta, Fahra. In un ristorante a Roma, appunto una decina di anni fa. Conoscevo la scrittrice pakistana Tehmina Durrani, una delle moltissime donne che nel mondo islamico combattono per l’emancipazione della donna. Sono le femministe islamiche. E sono davvero tante, dal Pakistan all’Iran, fino all’Arabia Saudita. Le conosciamo poco; dovremmo conoscerle meglio.

Tehmina mi aveva chiesto di trovare un ristorante piccolo, tranquillo, e di riservare una tavola appartata. Perché mi avrebbe fatto conoscere Fahra, che lei con l’aiuto di organizzazioni femminili operanti a Roma aveva fatto venire in Italia per cure.

Ed è così che mi sono trovata di fronte ad un essere piccolo, fragile, coperto da un velo per quasi tutta la cena. Perché sotto il velo non c’era soltanto una faccia mostruosa: bruciando gli occhi e le orecchie, l’acido aveva bruciato anche la vista e l’udito, ma anche le corde vocali. Fahra faceva fatica anche a parlare. 

Tutto questo perché il suo uomo aveva deciso: se non sei mia non sarai di nessuno.. Sorella mia. Devastata nel corpo e nell’anima. Uccisa dal “tuo” uomo.

L’acido viene usato quotidianamente in molte parti del mondo per mettere le donne in riga. Non in Europa. Ma in Italia, solo quest’anno sono morte 37 donne per mano dei “loro” uomini, e sempre per quella stessa ragione: o sei mia o non sarai di nessuno.

 

. Piuttosto ti ammazzo.

Il finanziamento pubblico ai partiti fu eliminato in Italia, dopo il referendum del 1993. Al suo posto fu creato un sistema chiamato “contributo alle spese elettorali”. Dalle cronache, soprattutto da quelle recenti, si sa a quale abuso ha potuto portare. Da piangere di rabbia e di indignazione.

Ma senza il finanziamento pubblico dell’attività politica dei partiti, è la democrazia a piangere. Perché il diritto costituzionalmente garantito (art 49) rischierebbe di restare appannaggio soltanto di chi ha i mezzi, di suo, per far conoscere l’attività politica che svolge.

Può essere istruttivo sapere come il finanziamento pubblico ai partiti è regolato in altri Paesi europei.

Quando lo Stato finanzia i partiti. E sostiene le donne. Esempio finlandese.

In Finlandia, il finanziamento pubblico dei partiti politici esiste dal 1967. E si chiama proprio così, “finanziamento pubblico dei partiti” – e non, ipocritamente “rimborso delle spese elettorali”, come in Italia.

Il finanziamento viene accordato soltanto ai partiti che sono presenti in parlamento, e sulla base del numero dei parlamentari che riescono ad eleggere. Attualmente, ogni parlamentare “vale” 180.000 euro al suo partito. Il finanziamento viene elargito annualmente.

In Finlandia vige il sistema unicamerale, la durata della legislatura è di quattro anni, e i parlamentari sono 200 (per una popolazione di c. 6 milioni). Il costo totale, per lo Stato, è quindi di 36 milioni di euro all’anno. Il finanziamento s’intende complessivo anche del sostegno alla stampa di partito.  

Se applicassimo il sistema finlandese, in Italia, con i suoi 945 parlamentari (630 alla Camera, 315 al Senato), la spesa annuale per lo Stato sarebbe, quindi, di 173.100.000 euro. Tutto compreso.

Trattandosi di denaro pubblico, i partiti in Finlandia devono annualmente portare i propri bilanci a conoscenza del Ministero degli Interni. E trattandosi di un sostegno mirato a uno scopo preciso (quello di sostenere l’attività politica), la speculazione (per es. utilizzare questi soldi nel mercato finanziario) è vietato; per contro, è ammesso anche l’acquisto di beni durevoli (per es. immobili ad uso dei partiti).

Ma l’elemento più forte e innovativo sta in quella norma della legge finlandese che obbliga tutti i partiti a destinare come il minimo il 12% del finanziamento pubblico a sostegno delle attività e della promozione politica delle organizzazioni femminili di ciascun partito. Quel 12 per cento lo gestiscono direttamente le donne.

Potete ben immaginare che cosa significa. Significa poter usare, da parte delle donne e autonomamente, delle risorse importanti per focalizzare i temi che riguardano il mondo delle donne. Sarà anche per questo che in quel Paese nordico le donne non sono “figlie di un Dio minore”?     

  

Non era mai capitato da nessuna parte che un esponente di un partito verde e dichiaratamente omosessuale sfiorasse la più alta carica dello Stato, quello del Presidente.
E’ successo in Finlandia dove domenica 5 febbraio il 37,4% degli elettori hanno dato il loro voto a Pekka Haavisto, 53 anni, ministro di lungo corso, esperto di politica internazionale, sposato dal 2002 (non in Finlandia dove la legge ancora non lo permette) con Antonio Flores, d’origine ecuadoriana, di professione parrucchiere.
Era il secondo turno delle presidenziali. Non ha vinto, Haavisto, ma ha provocato un terremoto. Il vincitore e nuovo Presidente del Paese, Sauli Niinisto, 63 anni, più volte ministro, è il primo presidente conservatore dal 1956, e il primo non socialdemocratico da 30 anni. Anche questa è una novità.
Ma la novità vera è l’exploit del candidato verde gay, con il sorridente sposo sempre a fianco.
Non crediate che nel Grande Nord tutti siano tolleranti, moderni e progressisti. Soltanto poco meno di un anno fa, alle elezioni parlamentari, il partito apertamente populista, tradizionalista, euroscettico e anti-immigrazione (i “Veri Finlandesi”) aveva totalizzato quasi il 20% dei voti, diventando il terzo partito del Paese.
La “profonda” Finlandia, quella delle vaste campagne e foreste, coltiva stretto i suoi valori, patriottici e religiosi.
Allora, che cosa è successo? Come ha fatto il candidato dei verdi (il partito non conta più del 5% nel Parlamento attuale) a raccogliere i voti di più di un terzo degli elettori? E’ successo che una vasta mobilitazione di società civile si è messa in moto, catalizzando soprattutto i giovani, la classe media urbana e la sinistra tradizionale (che al primo turno ha visto sonoramente sconfitti i propri candidati) attorno al programma di Haavisto, basato sui temi di tolleranza, di cooperazione internazionale, di diritti umani, ma soprattutto con molta attenzione ai problemi della povertà crescente, al malessere sociale e al forte disagio delle giovani generazioni, flagelli in Finlandia come altrove in Europa. Di fronte a questi temi, l’orientamento sessuale è indifferente.
Ed è così che, se pur sconfitto, il candidato verde si è aggiudicata una vittoria di non poco conto: aver svegliato i giovani dalla loro rassegnata antipolitica e aver dimostrato che la società civile conta e come, ben oltre i consunti partiti tradizionali. “Ora che abbiamo visto che si può, non ci fermeremo”, hanno scandito i giovani sostenitori di Haavisto la sera dei risultati. “La Finlandia non sarà più come prima:noi abbiamo riscoperto la politica.”

A quanti di noi, oggi, si preoccupano – giustamente – dello stato della cultura in Italia, forse fa bene conoscere il potere che può avere la cultura. Cito l’esempio della “maratona della poesia” ungherese.
Dalle ore 15 venerdì 18.11 fino alle ore 23.45 di sabato 19, una grande manifestazione si è svolta a Budapest. Consisteva nella lettura non stop, giorno e notte – malgrado il gran freddo e il vento – delle poesie di Attila Jozsef, uno dei più grandi poeti ungheresi. Era la protesta della società civile contro il nuovo ordine del governo di rimuovere la statua di Jozsef per ripristinare la piazza a come era nel 1944.
Ora, nel 1944 questa piazza fu teatro della più sanguinosa repressione contro i dissidenti e gli ebrei (centinaia di persone fucilate e buttate nel Danubio) da parte dell’allora governo nazifascista ungherese.
La “maratona della poesia” (su Youtube: “versmaraton”) è stata una delle azioni che la società civile ungherese cerca di organizzare per contrastare l’attuale governo che ha ormai assunto le caratteristiche tipiche di un regime fascista, con le sue leggi-bavaglio sulla stampa, sulle istituzioni culturali; con il suo antisemitismo di ritorno, con il suo razzismo nei confronti dei rom ecc. ecc. Un paese mitteleuropeo, membro dell’UE! della cui miseria poco sappiamo. La “poesia come arma di dissidenza”: anche a questo serve – e come! – la cultura.

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